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LA MIA PRESENTAZIONE E QUELLA DELL'AMICA TATIANA SUL SUO BLOG:EMOZIONI
La scrittrice veronese Elisabetta Modena ha recentemente pubblicato su lulu.com due testi, molto diversi tra loro, un romanzo di “fantasy cristiana”, intitolato La punta di diamante ed un racconto intitolato A passo di danza. Così l’autrice definisce il proprio testo nella breve introduzione: Un racconto d'amore sulla possibilità di una seconda chance per un uomo ed una donna che si amano ma che in un primo tempo non sono riusciti a condurre a buon fine i loro sentimenti; un racconto liberamente ispirato al romanzo Persuasion di Jane Austen. Una storia d'amore scritta con l'occhio rivolto al passato (sono una affezionata lettrice della Austen), ma avendo presente le dinamiche affettive moderne, e dunque ambientata ai nostri giorni. In conclusione del racconto si trova anche un breve articolo dedicato al parallelismo tra il romanzo di Jane Austen e questo scritto. Il mio lavoro non vuole essere una riproposizione del romanzo della scrittrice inglese, né una sua riattualizzazione fedelissima. E' un semplice tributo verso una scrittrice che stimo, e che mi ha ispirato a mia volta a scrivere.”
Il racconto è scritto in prima persona ed è quindi la stessa protagonista Sandra che racconta del suo amore per Enrico, un “ragazzo-padre” nel senso che ha avuto un figlio (Luigi) da una donna che non lo desiderava e che avrebbe abortito, se lui non l’avesse convinta a tenere il bambino, con l’impegno che sarebbe stato lui a crescerlo. Ai pensieri e i racconti di Sandra si mescolano le descrizioni e le riflessioni scritte in terza persona dall’autrice del racconto, dando al lettore la possibilità di conoscere la storia da più punti di vista.
Emerge in questo libro la profonda formazione cristiana dell’autrice soprattutto nella prima parte dove si schiera contro l’aborto, ma anche nella concezione di un amore maturo e consapevole che unirà nel finale i due protagonisti, portandoli a creare una nuova famiglia, dopo aver attraversato tutte le fasi che attraversa anche Anne la protagonista di Persuasione nel rapporto con Frederik, dall’amicizia alla tenerezza, dalla gelosia alla capacità di ritrovarsi dopo un periodo di distacco.
http://www.literary.it/dati/literary/contilli/a_passo_di_danza.html
)Vi segnalo la trasmissione radiofonica di giovedì 8 maggio dalle ore 11.05 alle ore 12.00 in cui verranno presentati i racconti di Mariateresa Biasion Martinelli ed il mio (A passo di danza, quello ispirato al romanzo Persuasion di Jane Austen)!!!!!!!!!!
I LIBRI CHE VERRANNO PRESENTATI IN RADIO:
Mariateresa Biasion Martinelli, “Frammenti di vita”, Torino, Edizioni Carta e Penna, 2008, euro 15,00.
Elisabetta Modena, “A passo di danza”, Morrisville, Lulu.com, 2008, euro 5,00 (il testo verrà presto ripubblicato dalla Stampalibri di Macerata).






Non riesco a postare un'immagine più grande, ma il libricino è pronto!
; quando ho visto lo spazio che hanno dedicato al mio scritto mi sono sentita "virtualmente" una giornalista... mi sono detta: wow, che super-mamma!
| Ripensare la comunità parrocchiale di Elisabetta Modena/ 02/10/2007 |
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, eccone qui uno; però è piuttosto lungo...
, semmai leggetelo in più momenti. Portate pazienza, è che i racconti mi nascono lunghi...
; non per niente scrivo romanzi...

Uno scatto per amore
Devo ammetterlo: le foto sono la passione della mia vita. La scintilla segreta che vibra dentro la mia anima. L’aria che respiro. Non so stare senza fotografare.
Certo, un po’ di responsabilità in questa fissazione è da imputare alla mia famiglia: diplomi scolastici, ritratti, gite, occasioni ufficiali, ricorrenze, ogni angolo di casa nostra è tappezzato di cornici. Logico che anch’io finissi preda della mania di casa.
All’età di undici anni ho ricevuto in regalo la mia prima macchina fotografica, è stato lì che ho cominciato a scattare foto mie. Prima semplici ritratti, panoramiche di luoghi naturali o di monumenti famosi, scene di gite con i compagni di classe. Poi, quasi per un istinto condizionato, hanno iniziato a calamitare la mia attenzione certi scorci di case, e naturalmente ho assecondato tale inclinazione. Uno scatto ad un particolare della facciata, un altro alle tegole di maiolica che mi ricordavano le guglie dei campanili dell’Alto Adige, un altro ancora alla villa in stile liberty o a quella eccentrica a forma di maniero medievale.
Col tempo quella delle case è diventata un’ossessione. Viaggio sempre con la mia maxi-borsa a tracolla perché, nel caso ne vedessi una che mi piace, devo fotografarla. Solo così mi sento felice. Non so cosa mi scatti nella testa, ma so che dentro di me si accende un’emozione incontenibile, un fremito di gioia. Il richiamo della bellezza.
Le mie case, comunque, sono tutte catalogate, compresa quella di cui mi sono innamorata e che merita l’unico post-it rosso dentro il fascicolatore. Con lei è stato amore a prima vista.
E’ stato tre mesi fa: avevo raggiunto i genitori in vacanza. I miei sono affezionati alla laguna veneziana, sapete, cose tipo pali di legno come ormeggi che spuntano in mezzo ai canali, bracci di terra sabbiosa fasciati da placida acqua salmastra, cieli striati di nuvolaglia grigia e solcati dai voli bassi di gabbiani e cormorani. Non so proprio cosa ci vedano loro in tutta questa “piattosità”.
Sta di fatto che opto per la statale perché l’autostrada è infestata dal solito traffico vancanziero d’agosto. Io non ho fretta d’arrivare, tanto più che voglio godermi lo spettacolo mozzafiato (quello sì) delle ville venete che si snodano lungo la riviera del Brenta. Un’ autentica bellezza aristocratica d’altri tempi. Da lì infilo la strada jesolana che s’incunea dentro la laguna; i paesi mi scivolano addosso pigramente: Cavallino, Cà di Valle, io devo arrivare fino a Punta Sabbioni. Ed è lì per la via, ad un certo punto, in coda ad un semaforo, che mi cade l’occhio sonnacchioso su un casolare restaurato come si deve.
All’istante mi ricorda l’architettura inglese: è tutto in mattoni a vista, con le finestre vagamente gotiche, ben squadrate ed incorniciate da archi di pietra candida e liscia. Sul tetto i tipici camini del posto a “tronco di cono”, il cui nome deriva dalla loro struttura a cono rovesciato che riesce a raffreddare velocemente le scintille; sull’ala a nord una porta d’ingresso monumentale; a sud il “cottage” termina con una stanza ottagonale, più bassa rispetto alla linea del tetto, forse un residuato dell’antica stalla. Una grande canna fumaria campeggia lungo il lato. Tutt’attorno erba falciata da poco, liscia come un campo da golf. E poi enormi vasi di gerani all’imboccatura del vialetto d’accesso, e ciclamini alle finestre.
Gli occhi mi luccicano. In un battibaleno ho già in mano la mia Canon e comincio a scattare varie inquadrature.
Quelle che adesso qui in ufficio, di ritorno dalla mia incursione nel fondovalle ligure, sto rimirando incorniciate sulla mia scrivania; mentre il monitor del computer mi scruta arcigno, in attesa che riprenda numeri e tabelle delle fatture a cui sto lavorando.
“Fosca, a che punto siamo con le fatture?”
Ecco, appunto, penso io. Nemmeno il tempo di contemplare in santa pace. La voce del mio capo mi risveglia dalla visione beata in cui mi vedevo già perfetta padrona di casa dentro la villa dei miei sogni.
Si chiama Marco, ha qualche anno più di me e solitamente è molto gentile. Le mie colleghe sostengono che lui mi faccia il filo.
“Ho quasi finito” rispondo, risvegliandomi di malavoglia dal sogno. “Per quando ti servono?” chiedo.
Lavoro in uno studio di architettura e mi occupo di preventivi e fatturazione di materiale edile.
“Il prima possibile. Appena hai terminato le porto al capomastro, giù al cantiere. Vuole vederle perché alcuni clienti hanno fatto delle recriminazioni sui materiali del loro appartamento, e lui vuole vedere gli ordinativi”.
Mi metto in allerta: il cantiere è in un paesino a venti chilometri da qui. Che Marco torni alla carica per propormi di accompagnarlo dal capomastro? Non sarebbe la prima volta che ci prova. Io ho sempre declinato l’offerta. Non che mi dispiaccia, quanto per non alimentare le chiacchiere delle colleghe; specialmente quella malelingua di Susy che ha una vera cotta per Marco.
Comincio ad innervosirmi, anche perché Marco è ancora dietro di me.
Mi volto. Marco ha lo sguardo vagamente assorto verso le mie amate cornici. Sembra che si aspettasse che mi girassi, perché attacca subito:
“Senti Fosca, ci sarebbe anche un’altra cosa. Ma è una questione un po’ lunga. Posso offrirti un caffè così ne parliamo?”
“Di che si tratta?” domando evasiva.
“Devo fotografare una casa per un mio amico che ha un’agenzia immobiliare. Me l’ha chiesto come favore. Solo che lui non sa che sono una frana con la macchina fotografica, mentre tu sei bravissima…” e allunga la mano verso le mie cornici che troneggiano vicino al computer. “Ti andrebbe di scattare delle foto al posto mio? Chissà che per te col tempo non possa diventare un lavoro più serio…” abbozza con un timido sorriso.
Io lo guardo esterrefatta. Caspita, mi dico, ha davvero calato l’asso nella manica. Come dirgli di no?
“E dove sarebbe questa casa?” gli domando perplessa.
“Beh, non proprio qui vicino…” e comincia a dondolarsi sui piedi. Io mi preoccupo. “Vicino al Cavallino” sputa tutto d’un fiato.
“Scherzi!? In laguna???” esclamo. Non so se essere eccitata oppure mettermi le mani nei capelli. Già, perché fino al Cavallino è un’ora e mezzo di strada, quando non è trafficata. E la parte razionale di me sta già gridando che non si fanno novanta minuti di macchina solo per fare una foto ad una casa mai vista, se il ragazzo che ti accompagna non t’interessa e per giunta il lavoro è gratis. Beh, prendila come una gita, spunta fuori la parte emotiva di me, quella che sarebbe sempre in giro con la Canon a tracolla.
Siccome ho urlato a voce alta Marco mi prende per un braccio e mi trascina al distributore di caffè, in fondo alla sala.
“Qui siamo più tranquilli” spiega dopo l’ arrembaggio.
“E quand’è che intendi andarci?” sondo.
“Uno di questi sabati. Che fai allora? Verresti con me?”. Mi guarda con i suoi occhi profondi. A dire il vero è un bell’uomo, e si veste pure bene; ma io non riesco a sentire la marcia nuziale quando gli sto accanto, mentre la sento benissimo quando rimiro la mia casa preferita. L’ho detto: sono innamorata di una casa.
“Sì, si può fare…” butto lì. Lui sorride. Io mi sento in dovere di specificare: “E’ solo per le foto, visto che sono la mia passione. Andiamo, faccio gli scatti e torniamo. Non ho tanto tempo libero”. Mi sembra di essere stata chiarissima. Di fatti la sua espressione si rabbuia. Ma c’est la vie, penso io.
“Allora sabato prossimo?” di rimando lui.
“Sì, vada per sabato. Le previsioni danno bel tempo. Speriamo, perché fare tanta strada per poi fotografare in condizioni metereologiche non buone sarebbe un vero peccato” aggiungo.
“Vedrai che sarà una bella giornata. Me lo sento”.
Di fatti è una splendida giornata di sole. Il cielo terso e luminoso si specchia nel mare che balugina di riflessi dorati. Non c’è che dire: Marco aveva ragione.
In macchina la conversazione langue: per la prima mezz’ora non parliamo d’altro che del tempo. Man mano che ci avviciniamo alla meta passiamo a discutere di lavoro. Mi sembra di non avere nulla in comune con Marco. Forse per questo sono così distaccata.
L’autostrada scivola nella statale, lunga e diritta; da un lato i canali d’acqua sulle cui sponde fioriscono cespugli di erica selvatica, dall’altro le terre bonificate, tutte uguali, intercalate dalle antiche case coloniche.
Finalmente la station wagon di Marco imbocca la strada jesolana, quella che porta diritto fino al Cavallino.
“Come mai i tuoi genitori ti hanno chiamata Fosca?” domanda tutt’a un tratto.
Non sono in vena di confidenze, ma complice il sole di questo fine autunno che scalda ancora e lo splendido paesaggio al di là dei finestrini gli spiego che i miei hanno una vera e propria mania per tutto ciò che è veneziano. Siccome da fidanzati avevano visitato le famose isole di Burano, Murano e Torcello, ed erano rimasti colpiti dalla chiesa di Santa Fosca a Torcello (che sarebbe ancora più antica di quella di San Marco), hanno deciso di consacrare in eterno il loro amore per questi luoghi chiamandomi Fosca. Appunto.
“Quindi se nascevi maschio rischiavi di chiamarti Marco, come me” commenta divertito.
Io scoppio a ridere; in effetti ha capito al volo lo spirito dei miei.
Ci scambiamo qualche altra impressione, quando tutto ad un tratto ho un tuffo al cuore. Sgrano gli occhi.
Marco si ferma davanti alla villa dei miei sogni. Spegne il motore e dice semplicemente: “Siamo arrivati”.
Io mi volto e lo scruto impietrita.
“Tu lo sapevi che quella da fotografare era la casa incorniciata sulla mia scrivania?” tuono incollerita. Va bene l’amicizia, ma mi sento presa in giro.
“Sì. Volevo tenere la sorpresa per ora” mi spiega tranquillo. E poi aggiunge: “Che c’è? Non sei contenta?”.
Io continuo a non dare segni di vita per l’emozione di trovarmi lì davanti. Caro Marco, vorrei spiegargli, tu non sai che per me vedere questa casa è come vedere l’oggetto dei miei sogni, per cui si diventa balbuzienti, il cuore batte forte e la lucidità si scioglie come neve al sole.
“Dovevi dirmelo che la casa da fotografare era questa” gli rinfaccio.
Marco capisce che sono arrabbiata.
Smontiamo perché il suo amico ci aspetta. Un tipo atletico, belloccio, della nostra età, nel solito look in giacca e cravatta tipico degli agenti immobiliari.
“Augusto Farinati” si presenta. E, chissà perché, io penso che il suo nome non ha niente a che vedere con la mia storia veneta. Il mio pensiero corre indietro, all’antica Roma: mi vedo l’imperatore Augusto che, a capo delle sue armate, conquista terre non sue. Perbacco, penso: quest’Augusto è quello che venderà la mia casa a qualcun altro, e chiunque sia costui non potrà amarla quanto la amo io.
E in un attimo Augusto mi diventa antipatico.
Scatto le foto di rito. Vorrei liquidare in fretta Augusto, ma lui è lì che non smette di parlare: racconta che gli piace un sacco fare questo lavoro, che è un vero peccato che non abbia ancora imparato a fotografare come si deve. Che per questa casa avrebbe già un compratore tedesco, un ottimo affare. Dentro di me stramaledico Marco quando lo invita a bere un aperitivo al bar prima di dirci addio.
Termino il mio cappuccino alla velocità della luce. Dopodiché divento silenziosa come una tomba. Marco, che è educato, tergiversa.
Alla fine anche lui capisce che è arrivato il momento di tagliare.
Usciamo all’aria aperta che il pomeriggio si sta già tingendo di scuro. L’aria odora di salsedine trasportata da folate di vento freddo che mi fanno venire i brividi.
“Caspita, come cambia velocemente il tempo qui!” esclama Augusto, osservando i nuvoloni bassi, neri e minacciosi che si stanno intrufolando dall’orizzonte.
Ci salutiamo in fretta, ed ecco che già dopo una decina di minuti una pioggerellina prima fina, poi rumorosa comincia a picchiettare sui vetri.
“Piove!” esclamo spazientita. “Adesso ci vorrà più tempo per tornare a casa!”.
Come il mal tempo mi avesse sentita e trovasse gusto a punzecchiarmi, ecco che l’acquazzone diventa un vero e proprio finimondo con la pioggia che scroscia furiosa.
“Secondo me dovremmo fermarci. Non è prudente guidare quando fuori si sta scatenando il diluvio. Non vedo più niente, e i canali d’acqua sul lato della strada mi fanno paura. Non vorrei finirci dentro” obietta Marco.
In effetti dai vetri annebbiati intravedo che varie macchine si stanno accostando ai margini della strada.
Saggiamente anche Marco accosta.
“Fa freddo” è l’unica cosa che sono in grado di rispondere.
“Ti prego. Lo so che per te stiamo cadendo dalla padella nella brace; ma non farmela pesare troppo”.
Sei tu che mi hai trascinata fin qui, vorrei dirgli. Invece sento la mia voce sussurrare un flebile: “Sì, scusa. Hai ragione. Ma adesso non vedo l’ora di tornare a casa e farmi un bel bagno caldo”.
“Inutile dire che non accetterai altri inviti da me, vero?”
“Esatto. Mi spiace ma è così”.
“E pensare che ti ho portato a vedere la casa dei tuoi sogni... Vorrà dire che mi ricambierai il favore”.
“Te l’ho già ricambiato. Le foto sono gratis”.
“Eh dai, io l’avevo presa come una gita questa avventura…”.
“E io come un lavoro”.
“Dici così perché sei avvilita e per giunta fuori il mal tempo non passa”.
“Sì, è vero. E con questo? Hai per caso la bacchetta magica per farmi tornare a casa con la vasca di acqua bollente pronta e la cena in tavola?”.
Mentre sto rinfacciando a Marco la situazione con tutta la rabbia che ho nel corpo, vedo che lui s’illumina tutto. Ma quanto scemo è? Mi chiedo.
Poi capisco il motivo di questa sua estasi improvvisa: “Sì: ho la bacchetta magica. Ti ricordi che, prima, al bar Augusto ci ha raccontato che la casa dei tuoi sogni aveva ancora luce e gas attaccati perché gli inquilini che l’avevano presa in affitto se ne sono andati da poco?”. Io continuo a guardarlo senza capire dove voglia andare a parare. Quand’ecco che dalla tasca della giacca tira fuori un mazzo di chiavi con la stessa enfasi con cui un prestigiatore estrae una collana di perle dal suo cappello a cilindro, e lo fa tintinnare davanti ai miei occhi. “Mi sono dimenticato di restituire le chiavi ad Augusto. E se ci passassimo la notte?”.
Io lo guardo allibita.
“Che hai capito? In due stanze diverse…” aggiunge.