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LA MIA PRESENTAZIONE E QUELLA DELL'AMICA TATIANA SUL SUO BLOG:EMOZIONI
, eccone qui uno; però è piuttosto lungo...
, semmai leggetelo in più momenti. Portate pazienza, è che i racconti mi nascono lunghi...
; non per niente scrivo romanzi...

Uno scatto per amore
Devo ammetterlo: le foto sono la passione della mia vita. La scintilla segreta che vibra dentro la mia anima. L’aria che respiro. Non so stare senza fotografare.
Certo, un po’ di responsabilità in questa fissazione è da imputare alla mia famiglia: diplomi scolastici, ritratti, gite, occasioni ufficiali, ricorrenze, ogni angolo di casa nostra è tappezzato di cornici. Logico che anch’io finissi preda della mania di casa.
All’età di undici anni ho ricevuto in regalo la mia prima macchina fotografica, è stato lì che ho cominciato a scattare foto mie. Prima semplici ritratti, panoramiche di luoghi naturali o di monumenti famosi, scene di gite con i compagni di classe. Poi, quasi per un istinto condizionato, hanno iniziato a calamitare la mia attenzione certi scorci di case, e naturalmente ho assecondato tale inclinazione. Uno scatto ad un particolare della facciata, un altro alle tegole di maiolica che mi ricordavano le guglie dei campanili dell’Alto Adige, un altro ancora alla villa in stile liberty o a quella eccentrica a forma di maniero medievale.
Col tempo quella delle case è diventata un’ossessione. Viaggio sempre con la mia maxi-borsa a tracolla perché, nel caso ne vedessi una che mi piace, devo fotografarla. Solo così mi sento felice. Non so cosa mi scatti nella testa, ma so che dentro di me si accende un’emozione incontenibile, un fremito di gioia. Il richiamo della bellezza.
Le mie case, comunque, sono tutte catalogate, compresa quella di cui mi sono innamorata e che merita l’unico post-it rosso dentro il fascicolatore. Con lei è stato amore a prima vista.
E’ stato tre mesi fa: avevo raggiunto i genitori in vacanza. I miei sono affezionati alla laguna veneziana, sapete, cose tipo pali di legno come ormeggi che spuntano in mezzo ai canali, bracci di terra sabbiosa fasciati da placida acqua salmastra, cieli striati di nuvolaglia grigia e solcati dai voli bassi di gabbiani e cormorani. Non so proprio cosa ci vedano loro in tutta questa “piattosità”.
Sta di fatto che opto per la statale perché l’autostrada è infestata dal solito traffico vancanziero d’agosto. Io non ho fretta d’arrivare, tanto più che voglio godermi lo spettacolo mozzafiato (quello sì) delle ville venete che si snodano lungo la riviera del Brenta. Un’ autentica bellezza aristocratica d’altri tempi. Da lì infilo la strada jesolana che s’incunea dentro la laguna; i paesi mi scivolano addosso pigramente: Cavallino, Cà di Valle, io devo arrivare fino a Punta Sabbioni. Ed è lì per la via, ad un certo punto, in coda ad un semaforo, che mi cade l’occhio sonnacchioso su un casolare restaurato come si deve.
All’istante mi ricorda l’architettura inglese: è tutto in mattoni a vista, con le finestre vagamente gotiche, ben squadrate ed incorniciate da archi di pietra candida e liscia. Sul tetto i tipici camini del posto a “tronco di cono”, il cui nome deriva dalla loro struttura a cono rovesciato che riesce a raffreddare velocemente le scintille; sull’ala a nord una porta d’ingresso monumentale; a sud il “cottage” termina con una stanza ottagonale, più bassa rispetto alla linea del tetto, forse un residuato dell’antica stalla. Una grande canna fumaria campeggia lungo il lato. Tutt’attorno erba falciata da poco, liscia come un campo da golf. E poi enormi vasi di gerani all’imboccatura del vialetto d’accesso, e ciclamini alle finestre.
Gli occhi mi luccicano. In un battibaleno ho già in mano la mia Canon e comincio a scattare varie inquadrature.
Quelle che adesso qui in ufficio, di ritorno dalla mia incursione nel fondovalle ligure, sto rimirando incorniciate sulla mia scrivania; mentre il monitor del computer mi scruta arcigno, in attesa che riprenda numeri e tabelle delle fatture a cui sto lavorando.
“Fosca, a che punto siamo con le fatture?”
Ecco, appunto, penso io. Nemmeno il tempo di contemplare in santa pace. La voce del mio capo mi risveglia dalla visione beata in cui mi vedevo già perfetta padrona di casa dentro la villa dei miei sogni.
Si chiama Marco, ha qualche anno più di me e solitamente è molto gentile. Le mie colleghe sostengono che lui mi faccia il filo.
“Ho quasi finito” rispondo, risvegliandomi di malavoglia dal sogno. “Per quando ti servono?” chiedo.
Lavoro in uno studio di architettura e mi occupo di preventivi e fatturazione di materiale edile.
“Il prima possibile. Appena hai terminato le porto al capomastro, giù al cantiere. Vuole vederle perché alcuni clienti hanno fatto delle recriminazioni sui materiali del loro appartamento, e lui vuole vedere gli ordinativi”.
Mi metto in allerta: il cantiere è in un paesino a venti chilometri da qui. Che Marco torni alla carica per propormi di accompagnarlo dal capomastro? Non sarebbe la prima volta che ci prova. Io ho sempre declinato l’offerta. Non che mi dispiaccia, quanto per non alimentare le chiacchiere delle colleghe; specialmente quella malelingua di Susy che ha una vera cotta per Marco.
Comincio ad innervosirmi, anche perché Marco è ancora dietro di me.
Mi volto. Marco ha lo sguardo vagamente assorto verso le mie amate cornici. Sembra che si aspettasse che mi girassi, perché attacca subito:
“Senti Fosca, ci sarebbe anche un’altra cosa. Ma è una questione un po’ lunga. Posso offrirti un caffè così ne parliamo?”
“Di che si tratta?” domando evasiva.
“Devo fotografare una casa per un mio amico che ha un’agenzia immobiliare. Me l’ha chiesto come favore. Solo che lui non sa che sono una frana con la macchina fotografica, mentre tu sei bravissima…” e allunga la mano verso le mie cornici che troneggiano vicino al computer. “Ti andrebbe di scattare delle foto al posto mio? Chissà che per te col tempo non possa diventare un lavoro più serio…” abbozza con un timido sorriso.
Io lo guardo esterrefatta. Caspita, mi dico, ha davvero calato l’asso nella manica. Come dirgli di no?
“E dove sarebbe questa casa?” gli domando perplessa.
“Beh, non proprio qui vicino…” e comincia a dondolarsi sui piedi. Io mi preoccupo. “Vicino al Cavallino” sputa tutto d’un fiato.
“Scherzi!? In laguna???” esclamo. Non so se essere eccitata oppure mettermi le mani nei capelli. Già, perché fino al Cavallino è un’ora e mezzo di strada, quando non è trafficata. E la parte razionale di me sta già gridando che non si fanno novanta minuti di macchina solo per fare una foto ad una casa mai vista, se il ragazzo che ti accompagna non t’interessa e per giunta il lavoro è gratis. Beh, prendila come una gita, spunta fuori la parte emotiva di me, quella che sarebbe sempre in giro con la Canon a tracolla.
Siccome ho urlato a voce alta Marco mi prende per un braccio e mi trascina al distributore di caffè, in fondo alla sala.
“Qui siamo più tranquilli” spiega dopo l’ arrembaggio.
“E quand’è che intendi andarci?” sondo.
“Uno di questi sabati. Che fai allora? Verresti con me?”. Mi guarda con i suoi occhi profondi. A dire il vero è un bell’uomo, e si veste pure bene; ma io non riesco a sentire la marcia nuziale quando gli sto accanto, mentre la sento benissimo quando rimiro la mia casa preferita. L’ho detto: sono innamorata di una casa.
“Sì, si può fare…” butto lì. Lui sorride. Io mi sento in dovere di specificare: “E’ solo per le foto, visto che sono la mia passione. Andiamo, faccio gli scatti e torniamo. Non ho tanto tempo libero”. Mi sembra di essere stata chiarissima. Di fatti la sua espressione si rabbuia. Ma c’est la vie, penso io.
“Allora sabato prossimo?” di rimando lui.
“Sì, vada per sabato. Le previsioni danno bel tempo. Speriamo, perché fare tanta strada per poi fotografare in condizioni metereologiche non buone sarebbe un vero peccato” aggiungo.
“Vedrai che sarà una bella giornata. Me lo sento”.
Di fatti è una splendida giornata di sole. Il cielo terso e luminoso si specchia nel mare che balugina di riflessi dorati. Non c’è che dire: Marco aveva ragione.
In macchina la conversazione langue: per la prima mezz’ora non parliamo d’altro che del tempo. Man mano che ci avviciniamo alla meta passiamo a discutere di lavoro. Mi sembra di non avere nulla in comune con Marco. Forse per questo sono così distaccata.
L’autostrada scivola nella statale, lunga e diritta; da un lato i canali d’acqua sulle cui sponde fioriscono cespugli di erica selvatica, dall’altro le terre bonificate, tutte uguali, intercalate dalle antiche case coloniche.
Finalmente la station wagon di Marco imbocca la strada jesolana, quella che porta diritto fino al Cavallino.
“Come mai i tuoi genitori ti hanno chiamata Fosca?” domanda tutt’a un tratto.
Non sono in vena di confidenze, ma complice il sole di questo fine autunno che scalda ancora e lo splendido paesaggio al di là dei finestrini gli spiego che i miei hanno una vera e propria mania per tutto ciò che è veneziano. Siccome da fidanzati avevano visitato le famose isole di Burano, Murano e Torcello, ed erano rimasti colpiti dalla chiesa di Santa Fosca a Torcello (che sarebbe ancora più antica di quella di San Marco), hanno deciso di consacrare in eterno il loro amore per questi luoghi chiamandomi Fosca. Appunto.
“Quindi se nascevi maschio rischiavi di chiamarti Marco, come me” commenta divertito.
Io scoppio a ridere; in effetti ha capito al volo lo spirito dei miei.
Ci scambiamo qualche altra impressione, quando tutto ad un tratto ho un tuffo al cuore. Sgrano gli occhi.
Marco si ferma davanti alla villa dei miei sogni. Spegne il motore e dice semplicemente: “Siamo arrivati”.
Io mi volto e lo scruto impietrita.
“Tu lo sapevi che quella da fotografare era la casa incorniciata sulla mia scrivania?” tuono incollerita. Va bene l’amicizia, ma mi sento presa in giro.
“Sì. Volevo tenere la sorpresa per ora” mi spiega tranquillo. E poi aggiunge: “Che c’è? Non sei contenta?”.
Io continuo a non dare segni di vita per l’emozione di trovarmi lì davanti. Caro Marco, vorrei spiegargli, tu non sai che per me vedere questa casa è come vedere l’oggetto dei miei sogni, per cui si diventa balbuzienti, il cuore batte forte e la lucidità si scioglie come neve al sole.
“Dovevi dirmelo che la casa da fotografare era questa” gli rinfaccio.
Marco capisce che sono arrabbiata.
Smontiamo perché il suo amico ci aspetta. Un tipo atletico, belloccio, della nostra età, nel solito look in giacca e cravatta tipico degli agenti immobiliari.
“Augusto Farinati” si presenta. E, chissà perché, io penso che il suo nome non ha niente a che vedere con la mia storia veneta. Il mio pensiero corre indietro, all’antica Roma: mi vedo l’imperatore Augusto che, a capo delle sue armate, conquista terre non sue. Perbacco, penso: quest’Augusto è quello che venderà la mia casa a qualcun altro, e chiunque sia costui non potrà amarla quanto la amo io.
E in un attimo Augusto mi diventa antipatico.
Scatto le foto di rito. Vorrei liquidare in fretta Augusto, ma lui è lì che non smette di parlare: racconta che gli piace un sacco fare questo lavoro, che è un vero peccato che non abbia ancora imparato a fotografare come si deve. Che per questa casa avrebbe già un compratore tedesco, un ottimo affare. Dentro di me stramaledico Marco quando lo invita a bere un aperitivo al bar prima di dirci addio.
Termino il mio cappuccino alla velocità della luce. Dopodiché divento silenziosa come una tomba. Marco, che è educato, tergiversa.
Alla fine anche lui capisce che è arrivato il momento di tagliare.
Usciamo all’aria aperta che il pomeriggio si sta già tingendo di scuro. L’aria odora di salsedine trasportata da folate di vento freddo che mi fanno venire i brividi.
“Caspita, come cambia velocemente il tempo qui!” esclama Augusto, osservando i nuvoloni bassi, neri e minacciosi che si stanno intrufolando dall’orizzonte.
Ci salutiamo in fretta, ed ecco che già dopo una decina di minuti una pioggerellina prima fina, poi rumorosa comincia a picchiettare sui vetri.
“Piove!” esclamo spazientita. “Adesso ci vorrà più tempo per tornare a casa!”.
Come il mal tempo mi avesse sentita e trovasse gusto a punzecchiarmi, ecco che l’acquazzone diventa un vero e proprio finimondo con la pioggia che scroscia furiosa.
“Secondo me dovremmo fermarci. Non è prudente guidare quando fuori si sta scatenando il diluvio. Non vedo più niente, e i canali d’acqua sul lato della strada mi fanno paura. Non vorrei finirci dentro” obietta Marco.
In effetti dai vetri annebbiati intravedo che varie macchine si stanno accostando ai margini della strada.
Saggiamente anche Marco accosta.
“Fa freddo” è l’unica cosa che sono in grado di rispondere.
“Ti prego. Lo so che per te stiamo cadendo dalla padella nella brace; ma non farmela pesare troppo”.
Sei tu che mi hai trascinata fin qui, vorrei dirgli. Invece sento la mia voce sussurrare un flebile: “Sì, scusa. Hai ragione. Ma adesso non vedo l’ora di tornare a casa e farmi un bel bagno caldo”.
“Inutile dire che non accetterai altri inviti da me, vero?”
“Esatto. Mi spiace ma è così”.
“E pensare che ti ho portato a vedere la casa dei tuoi sogni... Vorrà dire che mi ricambierai il favore”.
“Te l’ho già ricambiato. Le foto sono gratis”.
“Eh dai, io l’avevo presa come una gita questa avventura…”.
“E io come un lavoro”.
“Dici così perché sei avvilita e per giunta fuori il mal tempo non passa”.
“Sì, è vero. E con questo? Hai per caso la bacchetta magica per farmi tornare a casa con la vasca di acqua bollente pronta e la cena in tavola?”.
Mentre sto rinfacciando a Marco la situazione con tutta la rabbia che ho nel corpo, vedo che lui s’illumina tutto. Ma quanto scemo è? Mi chiedo.
Poi capisco il motivo di questa sua estasi improvvisa: “Sì: ho la bacchetta magica. Ti ricordi che, prima, al bar Augusto ci ha raccontato che la casa dei tuoi sogni aveva ancora luce e gas attaccati perché gli inquilini che l’avevano presa in affitto se ne sono andati da poco?”. Io continuo a guardarlo senza capire dove voglia andare a parare. Quand’ecco che dalla tasca della giacca tira fuori un mazzo di chiavi con la stessa enfasi con cui un prestigiatore estrae una collana di perle dal suo cappello a cilindro, e lo fa tintinnare davanti ai miei occhi. “Mi sono dimenticato di restituire le chiavi ad Augusto. E se ci passassimo la notte?”.
Io lo guardo allibita.
“Che hai capito? In due stanze diverse…” aggiunge.
“Come hai dimenticato di restituire le chiavi?” è l’unica cosa che riesco a farfugliare. Io non sapevo nemmeno che le aveva lui.
“Sì, non te l’ho detto; Augusto mi aveva dato le chiavi nel caso volessimo fotografare anche gli interni. Ma poi mi sono reso conto che non avevi tanta voglia di fare quelle foto per me. Così ho lasciato perdere gli interni. Tanto un acquirente può sempre vedere la casa di persona”.
Io rimango esterrefatta. E’ come se Marco mi leggesse dentro e tuttavia non si stancasse di portare pazienza con me. Sono stata scortese, pigra nel fare le foto che gli servivano e pure insolente con il suo amico, e nonostante tutto è ancora lì che pensa a come rendermi felice. Per forza che un pezzettino del mio gelido cuore comincia a scaldarsi.
“Ma cosa dico alla mia famiglia? E tu pure?” gli rispondo.
“La verità. Che siamo nel bel mezzo di un temporale, che la strada è impraticabile, che c’è freddo; e dal momento che, guarda caso, siamo capitati davanti ad un bed and breakfast – diciamo così – abbiamo deciso di fermarci qui. Torniamo domani”.
“Uhm…” sono in tensione, i miei non la prenderanno bene. So già che mi direbbero di aspettare che questa specie di uragano finisca e poi di tornare a casa. Ma come rifiutare la proposta di Marco? Ci tengo troppo ad entrare in quella casa. “D’accordo” azzardo titubante.
L’entusiasmo di Marco intanto è come un treno in corsa che travolge ogni mia incertezza: “Negli zaini è avanzata un sacco di roba. Basta scaldarla. Poi forse là c’è una dispensa. Domenica ricompreremo quello che abbiamo usato e lo rimetteremo a posto prima di partire”.
“E se la gente del posto si accorge di qualcosa?”
“Ormai è sera: basta che teniamo gli scuri chiusi. La macchina la nascondiamo nel retro del cortile. Chi vuoi che ci osservi al buio?”.
Io lo guardo felice di tanta genialità. Anche lui finalmente è contento e ci sorridiamo allegri.
Varchiamo il cancello con cautela e agitazione. La pioggia sta diminuendo ma in compenso un vento gelido piega le fronde degli alberi con impietose sferzate.
Al lume della torcia percorriamo l’ingresso nel vestibolo. Marco controlla che tutti gli scuri al piano terra siano chiusi ermeticamente. Quando finalmente preme l’interruttore della cucina veniamo investiti da un fascio di luce intensa e calda. E per la prima volta nella giornata mi sento confortata.
Cosa vorreste che vi dica ora, miei cari lettori e confidenti? Non sto a descrivervi la meraviglia di osservare comodamente la raffinatezza, lo stile, il gusto e la fantasia degli interni di quella casa. Vi basti sapere che ogni mobile era al posto giusto. Tessuti e colori adatti all’arredamento. Tendaggi preziosi. Libri che scorrono in un’ordinata fila indiana entro una massiccia libreria in noce. Mobili antichi lucidati a testimoniare la cura prodigata per quelle pareti domestiche.
Abbiamo impiegato un po’ di tempo per vincere la naturale ritrosia ad entrare in quelle stanze e ad usare cose non nostre. Alla fine il sano senso pratico di Marco ha avuto la meglio sul mio senso civico.
“Prendila così” ha detto per convincermi “è come se Augusto ci prestasse questa casa per la notte. In fondo adesso ce l’ha lui in gestione. Tecnicamente non è sua, ma può usufruirne. E tramite lui adesso la prendiamo in prestito noi”.
Mah, sarà. Sta di fatto che, vuoi per il sillogismo di Marco, vuoi per il buio che rende tutto più nascosto, anche le azioni poco nobili, vuoi perché sono tutta fradicia e tremante per il freddo, ammetto che alla fine mi ha fatto piacere sentirmi protetta in un luogo sicuro.
Il bagno caldo l’ho fatto veramente, mentre Marco trafficava in cucina apparecchiando la tavola e mettendo nel forno a scaldare tartine estratte dai nostri zaini. Ha trovato pure una bottiglia di spumante nella dispensa.
“Al piacere di prendere in prestito questa casa per una notte soltanto!” ha brindato Marco, quando sono comparsa in cucina riposata e pimpante.
Anch’io ho sollevato il mio calice. “All’amicizia e ai nostri progetti per l’avvenire!” ho risposto.
Abbiamo persino acceso la televisione, scambiandoci confidenze reciproche che mai mi sarei aspettata uscissero dalle nostre bocche.
Alla fine della serata ci siamo diretti ognuno nella propria stanza. Marco ha controllato che avessi tutto quello che mi serviva. Una stretta di mano come saluto per la buonanotte, anche se i nostri sguardi facevano capire che in quell’intreccio di mani c’era ben altro: gratitudine, tenerezza, complicità.
Al mattino è il canto stridulo del fringuello a svegliarmi. Stramaledico il volatile mattiniero che gorgheggia probabilmente sul ramo di fronte alla mia finestra. Ma quanto acuto deve essere il vibrare delle corde vocali di questo pennuto, mi chiedo, per sentirsi fin dentro la mia camera?
Scendo dal letto e mi trascino con passo felpato fino alla porta della camera di Marco. E’ socchiusa; spio dentro e intravedo Marco che dorme beato.
Guardo l’orologio: sono le sei e quaranta. Decido di prepararmi la colazione. Scendo dunque le scale e comincio ad armeggiare in cucina: mi verso in una tazza il latte che ho preso dalla dispensa e lo metto a scaldare nel microonde. Poi sistemo sulla tavola il miele ed i biscotti; ci sono persino dei plum-cake nella credenza. Comincio ad aprire vari cassetti perché cerco le forbici per aprire il pacco del caffè. Manca solo la caffettiera sul fornello e poi la colazione è servita.
Invece delle forbici trovo il contratto di proprietà della villa. E’ intestato a Marco Cerati. E’ il mio capo. Quello che sta dormendo di sopra.
Di primo acchito mi viene da piangere. Ma trattengo le lacrime e con il contratto saldamente in mano salgo i gradini a due a due. In un baleno arrivo in camera sua e scrollo il letto violentemente.
“Adesso mi spieghi cosa significa questo pezzo di carta!” grido esasperata, sventolando il contratto sulla sua faccia assonnata. Ho gli occhi gonfi e la faccia terrea. Mi sento una furia, solo la mia voce non tuona come dovrebbe perché è incrinata dall’istinto di piangere che è più forte di me.
Marco si passa una mano sulla fronte per spostare i capelli ribelli e mi fissa disperato:
“Se ti dicevo che questa casa era mia non saresti mai venuta qui con me! Per questo ti ho taciuto la verità. Augusto è stato al gioco. Perdonami, lo so che non ho scuse; è che volevo far colpo su di te e non sapevo come fare. Quando ho visto la cornice sulla tua scrivania che ritraeva la mia villa qui in laguna, mi è venuta l’idea di portartici… le foto sono state una scusa patetica.”.
“Oh, che bel giochetto! E con le altre ragazze funziona questa storia? Che fanno: abboccano? E tu magari ci trovi anche gusto… sei un bastardo! Un traditore!” urlo inviperita. E siccome non riesco più a trattenere le lacrime che cominciano a scorrere, mi scappa pure uno schiaffo.
“Ma quali altre ragazze?” mi risponde subito afferrandomi per il braccio per impedirmi di allontanarmi, “intanto non ho nessuna ragazza e tanto meno ne ho mai portate qui! E poi non volevo certo che finisse così la nostra scampagnata in laguna. Ti sbagli se credi che avessi premeditato tutto! Come facevo a sapere che sarebbe venuto giù il diluvio universale proprio ieri sera? E che ci saremmo trovati nella condizione di cercarci un riparo sicuro? E che tu saresti stata stanchissima?”.
“E come mai uno che possiede una villa così bella ha bisogno di lavorare in uno stupido studio di architettura, a prendere ordini, pedate ed insulti dall’ingegnere?” sbuffo singhiozzando.
“Perché questa villa è l’eredità lasciata alla famiglia dai miei nonni che hanno trascorso l’intera loro vita in laguna. La mia idea sarebbe quella di aprire uno studio di architettura qui, ma solo dopo aver fatto una certa esperienza; dopo aver capito quali sono le mie vere passioni e i lavori per cui sono portato” mi spiega calmo.
“Beh, inizia con un bel corso di fotografia” gli rispondo acida. Mi divincolo con uno strattone e faccio dietro-front.
Sono sull’uscio della porta quando Marco mi chiama. Nella sua voce un accento di speranza che mi colpisce: “Fosca, aspetta, ascolta almeno cos’ho da dirti; fammi finire di parlare” mi prega. “Se lo aprissimo insieme lo studio di architettura…” la sua voce è dolce, si insinua fin dentro le pieghe del mio cuore “e ti occupassi tu delle foto ai cantieri e, perché no, di trattare con chi vuole restaurare la propria casa anziché venderla per costruirsene una nuova? Potremmo specializzarci in attività di restauro: in fondo, preferisco restaurare vecchie cascine diroccate anziché costruire nuovi complessi immobiliari così simili ad alveari!”.
Mi blocco di scatto. Accidenti! Possibile che Marco mi conosca così bene da propormi l’unica cosa che non posso rifiutare? Eppure… forse è per questo che le case mi hanno attratto da sempre: perché doveva arrivare questo momento. Il momento in cui decidere di trasformare una semplice passione in qualcosa di più.
Mi volto e lo fisso dritto negli occhi. Nei suoi occhi così profondi.
Ci penso un attimo.
“E come potremmo chiamare lo studio?”.
“I mercanti di Venezia” ridacchia parafrasando Shackespeare. “ma potremmo trovare qualche spunto anche in Goldoni o Molière. A te la scelta”.
Sospiro, mentre un sorriso mi sboccia sulle labbra. La foschia tra di noi si è dipanata nel migliore dei modi. E chi l’avrebbe mai detto? Rispetto alla mia primissima impressione mi ritrovo a pensare che qualcosa in comune, invece, io e Marco l’abbiamo.
Mi avvicino a Marco che, questa volta, non mi fissa più disperato come quando volevo scrollarlo giù dal letto. Anche il suo viso è illuminato di gioia.
“Dovevo proprio dirti una bugia per conquistarti!” mi dice, stringendomi le mani.
Vabbè, è andata così, penso io.
“Mai più bugie, però” lo rimprovero.
Lui in tutta risposta mi attira a sé e mi cinge in un dolcissimo abbraccio.
(quadretto preso da fairy graphics)
Perchè episodi come il piccolo TOMMY, DENISE E I 2 FRATELLINI SCOMPARSI siano solo un brutto ricordo per tutti. Daremo un segnale...crediamoci insieme! Ricopiate sul vostro blog questo stralcio e vediamo quanti di noi riescono realmente a dar vita a questa campagna e, dopo averlo copiato aggiungete la vostra firma..come dire IO CI STO!!!! Combattiamo Insieme.
IO CI STO: Elisabetta
"Cari figli, desidero ringraziarvi di cuore per le vostre rinunce quaresimali. Desidero incitarvi a continuare a vivere il digiuno con cuore aperto. Col digiuno e la rinuncia, figlioli, sarete più forti nella fede. In Dio troverete la vera pace, attraverso la preghiera quotidiana. Io sono con voi e non sono stanca. Desidero portarvi tutti con me in paradiso, per questo decidetevi ogni giorno per la santità. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

